Era una serata tranquilla, la luna era piena ed io mi stavo godendo un thè caldo guardando le stelle. C’era silenzio, finalmente un po’ di silenzio dopo questa giornata movimentata, pensavo. Era quasi strano poter stare tranquilli seduti in giardino, visto che ormai il re aveva firmato e i tedeschi ci stavano con il fiato sul collo da mesi.
Era l’ultima sera a casa: il giorno dopo dovevo partire per la Sicilia, gli americani erano già sbarcati e avevano cominciato a cacciare i tedeschi.
Mia moglie e i miei figli, Giacomo e Federico, erano a letto già da un po’ ed io volevo trascorrere la fine della serata in tranquillità.
Quella tranquillità che fu squarciata dalla sirena dall’ allarme. Un altro bombardamento. Era il terzo quel giorno. Sembrava quasi che i tedeschi non volessero farmi partire. Appena suonò la sirena lasciai a terra la tazza e corsi in casa per aiutare la mia famiglia ad uscire di casa e appena fuori ci dirigemmo verso il fosso dietro casa, dove passava il ponte ferroviario. Ci buttammo nella fanghiglia e rimanemmo rannicchiati per tutto il bombardamento. Sentivamo solo urla ed
esplosioni, mi sentivo impotente davanti a tutta quella distruzione.
Quando sembrava tutto finito una bomba cadde vicino a dove eravamo nascosti; dopo finì tutto. Quando aprii gli occhi fu tutto più chiaro, avevano distrutto il ponte ferroviario poco più avanti di dove eravamo noi e appena girai lo sguardo feci l’amara scoperta. La casa, la casa che avevamo appena comprato con i risparmi di una vita era distrutta, proprio davanti a me.
Ci dovemmo trasferire da mia sorella e suo marito; visto che non sapevamo dove andare lei ci ospitò a casa loro. Non dimenticherò mai l’ amarezza con cui partii la mattina seguente dalla stazione, il treno era occupato solamente da noi soldati, non volava una mosca, erano tutti amareggiati e tristi, me compreso. Quando arrivammo giù gli americani cominciarono subito a darci ordini, si sentivano i padroni del mondo perché noi non riuscivamo a contrastare i tedeschi che assediavano l’ Italia.
I primi mesi passarono abbastanza velocemente, anche se i tedeschi opponevano resistenza e non ci davano tregua.
A poco a poco risalivamo la penisola. Le giornate mi sembravano tutte uguali: dopo aver mangiato, si cominciava ad avanzare, e si combatteva. Ogni volta che si trovava un blocco tedesco dovevamo seguire un solo ordine: “Uccidete!” e noi dovevamo ubbidire come dei cani. Io mi impegnavo molto, perché ai migliori che si distinguevano in battaglia era concesso di tornare a casa per le feste di Natale, ogni sera sognavo il ritorno a casa dalla mia famiglia.
Però i miei sogni furono infranti il 9 dicembre. Arrivò una lettera di mio cognato; non la scorderò mai, diceva che dopo la mia partenza i bombardamenti non erano cessati, anzi erano aumentati e che cominciavano ad arrivare le truppe tedesche. Poi dopo aver letto le prime righe arrivai a leggere la terribile notizia.
Mentre andavano al mercato avevano subito un attacco, l’ esplosione fu devastante, diceva, immaginavo già cosa c’ era scritto nelle righe successive, ma continuai: mia moglie, mia sorella e Giacomo, il più piccolo dei miei figli, non ce l’ avevano fatta, mentre Federico era sopravvissuto, ma i dottori davano poche speranze. Mentre leggevo quelle poche righe il mondo mi crollò addosso, non avevo più motivi per continuare a vivere, non avevo più una famiglia, e quindi nelle battaglie successive non mi impegnai affatto, ma miracolosamente riuscii a sopravvivere.
Poi ci fu una tregua sotto Natale, che passai solo, distrutto dal dolore a compiangermi assieme ai miei compagni che non erano stati ritenuti degni di tornare a casa dalle loro famiglie.
Quando ripartimmo alla risalita dell’ Italia ero ormai intenzionato a farla finita.
Mi giunse però una notizia dai nuovi soldati venuti dal mio paese natale: Federico, che ormai davano per spacciato, miracolosamente si era svegliato e ora era sano e salvo. Questa notizia mi fece combattere come un leone nelle battaglie successive e dopo pochi mesi arrivai nei pressi di Roma.
Ero felicissimo di essere quasi arrivato alla capitale, sapevo cosa mi aspettava: la città era piena di tedeschi e sarebbe stato molto difficile liberarla, ma la voglia di tornare era più forte della preoccupazione, ero pronto a combattere ancora e non mi sarei arreso, avrei portato a termine il mio viaggio tornando a casa.
Non sapevo, però, che il mio viaggio si sarebbe concluso molto prima di quanto pensassi, proprio lì a Roma; avevo faticato molto per raggiungerla e non riuscii neanche a vederla. Mentre ci avvicinavamo alla città le nostre truppe guidate dagli americani furono attaccate dagli aerei tedeschi. L’ultima cosa che ricordo è la bomba che cade davanti a noi e poi una forte luce.
Mi svegliai a casa nel mio letto, con Federico e mio cognato a fianco. Quando mi girai vidi vicino alla porta una sedia a rotelle e dopo aver cercato di muovere le gambe scoprii di averle perse nell’ esplosione.
La mia vita non fu più la stessa, il dolore era molto, alleviato però dalla possibilità di continuare a vivere assieme a mio figlio, e questo mi bastava.
Mion Marco 1°A